Caos NCAA: Quinn Ellis torna a casa?

04 settembre 2026 08:56

Situazione allucinante oltreoceano

NCAA/NIL: la festa appena cominciata, è già finita?

Nel tentativo di mettere ordine e chiarire le regole sulla permanenza al college, lo scorso 24 giugno la NCAA ha introdotto il piano “5 for 5”: ogni atleta potrà disputare cinque stagioni universitarie, eliminando di fatto il concetto di redshirt, cioè l’anno “saltato” senza perdere l’eleggibilità sportiva. In sostanza, lo studente dispone di cinque anni di calendario per studiare e competere, con deroghe previste soltanto per gravidanza, servizio militare o missioni religiose.

Il conto alla rovescia scatta nel momento in cui un atleta dichiara l’intenzione di iscriversi al college, oppure al compimento dei 19 anni. Da quel punto, il limite massimo d’età è fissato a 24 anni: chi inizia nel 2025 potrà restare fino al 2030. Una regola che, sulla carta, sembrava semplice e trasparente.

Ma la realtà si è rivelata ben diversa.

La nuova normativa ha avuto un impatto devastante sulla classe di studenti-atleti che ha iniziato il percorso universitario nel 2022: questi ragazzi, nel 2026, dovrebbero abbandonare il college dopo soli quattro anni, risultando così esclusi sia dall’estensione concessa per il Covid nel 2020-21, sia dal nuovo “5 for 5”. Per molti, la perdita della quinta stagione equivale a rinunciare a potenziali milioni di dollari derivanti dal NIL.

La prima reazione è arrivata da Brock Wisni, giocatore di Northern Colorado, che ha promosso una class action contro la NCAA, sostenendo che l’esclusione retroattiva viola le leggi antitrust e danneggia economicamente gli atleti. Il caso più eclatante riguarda RJ Luis Jr, che dopo aver firmato con Jazz e Celtics ha tentato di tornare a St. John’s per assicurarsi un ricco contratto NIL.

Il 31 luglio, la giudice federale Charlotte Sweeney ha concesso una misura cautelare a favore della “Class of 2026”, dando il via a una serie di ricorsi in diversi Stati. Negli Stati Uniti, infatti, la legge statale prevale sulle regole NCAA, e così oltre cento atleti hanno ottenuto temporaneamente il permesso di scendere in campo. La NCAA ha risposto presentando appelli: alcuni vinti, altri persi.

Secondo la NCAA, concedere un quinto anno a migliaia di atleti metterebbe in crisi gli organici per la stagione 2026-27 e sottrarrebbe opportunità e borse di studio ai diplomati del 2026. Tuttavia, la situazione rimane confusa: nessuno è in grado di prevedere gli sviluppi futuri.

Per cercare una soluzione, la NCAA e le principali conference hanno sollecitato l’intervento del Congresso, e il 31 luglio è stato presentato il Protect College Sports Act. Questa proposta bipartisan, pensata per arginare le cause legali e i problemi di eleggibilità, è rimasta però bloccata in Senato a causa della pausa estiva, lasciando la questione in sospeso.

Nel frattempo, le Power Four Conferences (SEC, Big Ten, Big 12, ACC) hanno deciso di muoversi autonomamente, votando per escludere dalla partecipazione gli ex professionisti, anche se mai scelti al draft. Tuttavia, questa regola non si applica agli atleti internazionali: un europeo che abbia già giocato da professionista può comunque competere.

Resta però il nodo delle condizioni imposte agli internazionali: la NCAA stabilisce che questi non debbano aver ricevuto compensi superiori ai “costi reali e necessari di vita”. Molti sono stati fermati, come Quinn Ellis, bloccato nonostante l’offerta di St. John’s (con Rick Pitino costretto a rivoluzionare il quintetto titolare). Altri, come Samonturov e Sayion Keita, hanno invece ottenuto l’eleggibilità per North Carolina.

Diverso il destino di Cameron Fens: dopo aver vinto una prima battaglia legale, è stato nuovamente dichiarato ineleggibile in appello. Proveniente dal South Dakota, Fens aveva firmato il mese scorso con UNC — la squadra guidata dall’ex coach dei Nuggets campioni NBA 2023 Michael Malone — quando sembrava potesse disputare una quinta stagione grazie a una sentenza favorevole, ma una sospensione successiva ha annullato tutto.

I media statunitensi non hanno risparmiato critiche alla NCAA, accusata di incoerenza e di applicare criteri impossibili da rispettare. Gli allenatori parlano apertamente di una competizione alterata: un atleta può essere autorizzato in uno Stato e bloccato in un altro. Un altro nodo cruciale riguarda la trasparenza sui fondi che le università possono destinare ai giocatori e sulle clausole restrittive necessarie per evitare che le offerte “mascherate” di aziende o alumni influenti falsino il mercato degli ingaggi.

"Metti insieme la migliore squadra che puoi, inizi ad allenarti d'estate e ora scateniamo 80 giocatori nello sport nella prima settimana di agosto", ha detto il mese scorso Dan Hurley, allenatore maschile di UConn e due volte campione NCAA. "Non puoi andare avanti così, nessun altro sport andrà così. ... È un caos totale e non è sostenibile."

Secondo la NCAA, sono attualmente in corso 79 cause legali che coinvolgono 450 atleti di diverse discipline, di cui 234 nel basket maschile e 33 in quello femminile. Tra questi, 154 uomini e 26 donne hanno ottenuto provvedimenti che permettono loro di giocare, mentre gli altri restano non idonei.

Il risultato è un sistema sempre più frammentato, in cui ogni decisione viene rimessa ai tribunali locali e il prestigio della NCAA continua a essere eroso. Con l’avvicinarsi dell’inizio della stagione — gli allenamenti pre-season partiranno ufficialmente tra poche settimane, a circa due mesi dalla prima giornata fissata per il 1° novembre — regna l’incertezza. Nessuno può prevedere quanta chiarezza si avrà da qui all’inizio, né quale sarà la sorte degli oltre 250 atleti coinvolti in procedimenti legali legati al nuovo modello di eleggibilità basato sull’età.

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