L'allenatore della Reyer difende una piazza storica del basket italiano
Da Il Piccolo a cura di Lorenzo Gatto. Il parquet dice Venezia, ma il cuore della serata resta a Trieste. Al termine di un match intenso, a rubare la scena è un fuori programma ricco di spessore umano e sportivo: l'appassionato endorsement di Neven Spahija. Più che una conferenza post-partita, quella del coach di Venezia è sembrata una dichiarazione d'amore. Dopo aver analizzato il successo della sua Reyer («bene la vittoria, ma una squadra come la nostra non può giocare un terzo quarto così»), Spahija ha sorpreso tutti con un appello diretto alla proprietà triestina: «Vi voglio bene e spero che il basket a Trieste resti a questo livello. Giocare qui è meraviglioso. Io venivo da Sebenico per vedere la grande Trieste di Tanjevic e Fucka, il messaggio che lancio alla società è chiaro: il basket deve restare in questa città». Sul fronte opposto, coach Taccetti sceglie di guardare il bicchiere mezzo pieno, pur col rammarico per un finale amaro. Se il primo tempo era stato da dimenticare, la ripresa ha mostrato il vero carattere dei suoi ragazzi. Rispetto alla debacle di Reggio Emilia, dove dopo il primo tempo la squadra si era spenta, stavolta Trieste ha lottato. Ho fatto i complimenti alla squadra per un secondo tempo e una rimonta niente affatto facili - ha spiegato Taccetti -. Siamo stati bravi a rientrare, così come nel primo tempo eravamo stati troppo disattenti lasciando scappare i nostri avversari. La grande fatica nei secondi venti minuti la abbiamo pagata proprio nei minuti decisivi. Quando arrivi al punto a punto finale, può succedere di tutto. Resta la consapevolezza - conclude Taccetti - che, nonostante la sconfitta, l'orgoglio visto sul parquet e il calore del nostro pubblico sono le basi da cui ripartire»