Il triestino lancia il grido d'allarme prima che sia troppo tardi
Da Il Piccolo a cura di Lorenzo Gatto. Non possiamo sempre aspettare che arrivi qualcuno da fuori a prendersi la responsabilità di sostenere il basket. Se Trieste è interessata, è arrivato il momento di dimostrarlo. Serve fare di più». Alessandro De Poi, ex biancorosso e ora commentatore tecnico televisivo, non usa giri di parole, uno dei grandi ex del basket triestino fotografa con estrema lucidità il paradosso di una piazza che si appresta a vivere l'entusiasmo della post season con il fiato sospeso per il proprio futuro. Mentre la squadra di Francesco Taccetti cerca la costanza necessaria per stravolgere i valori di una serie playoff, fuori dal parquet il destino del titolo sportivo appare quanto mai incerto. Tra le voci di un addio imminente della proprietà americana e lo spettro di un trasferimento a Roma, De Pol analizza il momento dei biancorossi, richiamando il tessuto economico locale a un sussulto d'orgoglio. La passione e la tradizione sono valori sacri, ma senza una solida struttura finanziaria capace di camminare con le proprie gambe, il rischio di veder svanire la Serie A diventa ogni giorno più concreto. De Pol, dopo una stagione di alti e bassi, Trieste ha centrato i playoff. Pensa che la squadra di Taccetti abbia trovato la maturità necessaria per affrontare con ambizione la post season? «Trieste resta la solita squadra capace di vincere o perdere contro chiunque. Non credo che con l'arrivo di Taccetti ci sia stata una vera rivoluzione tattica, certamente ha sistemato alcuni aspetti, ma non ho visto stravolgimenti radicali. Quello che percepisco dall'esterno è piuttosto un maggiore entusiasmo e un coinvolgimento più profondo del gruppo». Una serie su cinque partite cambia i valori rispetto alla gara secca. Crede che questo aiuti Trieste a colmare il gap tecnico con le big? «Sulla gara secca, la squadra che sfida le big ha sempre la possibilità di sorprendere, come accade ogni volta che un underdog incontra un avversario sulla carta più forte. In una serie lunga dove serve vincere tre partite, però, il passaggio del turno diventa più complicato: la costanza necessaria contro i top team non è facile da mantenere». Questione titolo sportivo. Quanto è concreto il rischio che il titolo di Trieste possa davvero migrare verso Roma? «In un momento così privo di certezze, decifrare le reali intenzioni di Paul Matiasic è oggettivamente difficile. Ogni ipotesi resta valida, ma rimane, appunto, un'ipotesi. Ciò che posso riferire, basandomi sul confronto con agenti e addetti ai lavori in tutta Italia, è che nell'ambiente si dà ormai per certo che la sua esperienza a Trieste sia giunta al capolinea. Resta solo da scoprire come e quando avverrà l'addio». Il basket italiano può permettersi di sradicare una piazza storica come Trieste in nome del business, o il legame con il territorio resta un valore non trattabile? Certamente non si può ridurre tutto al denaro: la passione, l'amore e la tradizione appartengono a piazze storiche come Trieste, Bologna o Varese, e su questo non si discute. Detto ciò, la domanda cruciale è un'altra: se Matiasic dovesse lasciare la Serie A, Trieste avrebbe la forza economica per iscriversi e disputare il campionato? «Al netto di appelli, petizioni e grida di dolore, il nodo della questione è tutto qui». Cosa serve a questa società, al di là della categoria, per smettere di vivere nell'incertezza e tornare a camminare con le sue gambe? «È necessario individuare una figura che faccia da collettore. Bisogna quantificare le risorse disponibili e strutturare piani alternativi. Solo una volta comprese le reali possibilità si potrà fare una valutazione concreta. È chiaro che tutti vorrebbero la A, ma se mancano i mezzi bisogna prenderne atto. Chi potrebbe essere questo collettore? «Qualcuno che conosca profondamente sia la realtà sportiva, sia il tessuto economico del territorio triestino».