Il sistema che non va
Da BresciaOggi a cura di Luca Canini
Adesso che il giorno più lungo della Germani è solo un ricordo, possiamo spendere il classico sospiro di sollievo. Perché anche se da Brescia la faccenda sembrava avere connotati decisamente diversi, anche se da qui, nel mezzo del benedetto e famigerato territorio, tutto era sembrato surreale e assurdo fin dall'inizio, il moltiplicarsi delle voci negli ultimi giorni, con una sfilza di conferme a tutti i livelli e riscontri che diventava sempre più difficile ignorare, aveva finito per mettere in agitazione non solo chi gira attorno al pianeta-Brescia, ma anche chi la piazza la vive da tifoso. Allarme rientrato. Dopo una gara-1 ridotta a evento di contorno perché l'attenzione e gli occhi di tutti, in tribuna stampa e non solo, erano rivolti al quadro generale e alle possibili evoluzioni dell'affaire Matiasic (un conto è giocarsi la semifinale play-off, un altro la sopravvivenza del club di riferimento a livello provinciale). Affaire Matiasic che ancora nessuno ha capito come andrà a finire, perché se è chiaro che l'avvocato con i dollari punta a mettere radici a Roma, forte anche delle chiavi del PalaEur prenotate a suon di milioni, non si capisce bene di chi sarà il titolo sportivo sacrificato sull'altare della rivoluzione a stelle e strisce che sta cambiando gli equilibri della Serie A. il tutto mentre abbiamo lasciato per strada Trapani come se fosse una cosa normale, perso la Vanoli Cremona in un profluvio di grazie rivolti a chi ha tenuto duro quasi da solo per tutti questi anni (23) e rischiamo di vedere naufragare Trieste nel mare agitato di un futuro sempre più tempestoso. Tre vuoti a perdere ai quali fa da contraltare lo sbarco in grande stile di Luka Donde e della cordata che vuole trasformare il bimotore Milano-Bologna in un trialbero da pilotare nelle acque pescose di Nba Europe (che ancora nessuno ha capito cosa sarà e come funzionerà, tanto per non farsi mancare niente a livello di incertezze). Fate largo che arrivano gli zìi d'America, ma onestamente non c'è molta voglia di fare festa e di stendere tappeti rossi. Può darsi che per garantire un futuro vero al movimento vadano fatte anche delle scelte nette, drastiche; che la selezione naturale, per quanto crudele e spietata con la provincia, possa fare del bene alla specie; ma svuotare di senso il campionato, staccare la spina alla passione di chi riempie i palazzetti giornata dopo giornata, significa spararsi nei piedi e minare la credibilità di un sistema che già non se la passa benissimo. La fragilità che è emersa in settimane di chiacchiere a ruota libera, di spifferi gelidi nella schiena di chi si sta ancora giocando lo Scudetto, è sintomo inquietante della scarsa tenuta di fronte alle pressioni e agli interessi. Crescere ok ma a quale prezzo? Fino a dove ci si può spingere nel nome del cambiamento? Le risposte, amici miei, se le porta via il vento. Trapani è storia, Cremona anche, a Trieste si trema: a quale costo la rivoluzione americana?