L'addio dell'assistente allenatore biancorosso
Da Il Piccolo a cura di Lorenzo Gatto. Dopo tre stagioni intense Nick Schlitzer saluta la Pallacanestro Trieste. L'assistant coach biancorosso ha scelto di voltare pagina e volare a Taiwan per un'affascinante sfida professionale. Tra ricordi, la crescita dei singoli e l'amore per una città unica, ecco come ci ha raccontato il suo triennio triestino. Guardando indietro, qual è il ricordo o l'emozione più forte che si porta via? «Ci sono tanti bei ricordi. Uno su tutti è stato vedere i nostri tifosi dopo la partita di Istanbul, quando abbiamo battuto il Galatasaray in trasferta: un momento speciale, perché fotografa la crescita che abbiamo avuto negl i ul timi tre anni. Siamo partiti dalla Serie A2, l'anno successivo abbiamo aperto la stagionebattendo Milano in casa e quest'anno siamo arrivati a giocare in competizioni europee. E' stato davvero qualcosa di speciale, e penso rappresenti perfettamente la nostra crescita in così poco tempo». Dal punto di vista professionale, in che modo sente di essere cresciuto? «È difficile individuare un aspetto specifico. Ho semplicemente cercato di migliorare a 360 gradi. Ho avuto la fortuna di lavorare sotto tre grandi capi allenatori: Jamion Christian, Israel Gonzalez e Francesco Taccetti. Ho anche potuto collaborare con Marco Carretto e con Francesco Nanni ogni giorno per tre anni. Ho provato a essere una spugna e ad assorbire tutto quello che potevo». Taiwan è una scelta affascinante e fuori dagli schemi. Cosa l'ha spinto ad accettare questanuova sfida? «Taiwan rappresenta la possibilità di diventare capo assistente in un contesto fantastico, un mercato che sta davvero emergendo nel mondo del basket. Ho semplicemente pensato fosse il passo giusto per il mio percorso professionale». Nel suo ruolo, focalizzato sullo sviluppo dei singoli giocatori, il lavoro sui dettagli individuali è fondamentale. Guardando indietro a questi tre anni, quale giocatore le ha dato più soddisfazione? «Come staff, siamo stati orgogliosi della crescita di tanti ragazzi in questi anni. Penso agli stranieri che sono stati qui solo una stagione e che comunque sono cresciuti. Ma credo che sia stato speciale seguire i ragazzi che sono rimasti qui per tre anni. Basti pensare a quello che è diventato Candussi, arrivando ad avere un impatto enorme anche a livello europeo: è stato davvero incredibile. Ma penso che tutti abbiano potuto vedere il salto di qualità fatto da Lodovico Deangeli. Credo che persino i suoi compagni di squadra e chiunque fosse presente ogni giorno al palazzetto, abbiano nutrito grande rispetto per quello che ha fatto, perché hanno visto il lavoro che ha fatto per tre anni consecutivi. Dimostra il carattere e l'etica del lavoro che ha». Oltre al basket, c'è qualcosa della vita quotidiana a Trieste che sa già le mancherà profondamente? «Trieste è un posto speciale. Mi mancherà tornare a casa dal lavoro camminando per la città, avere una cucina di livello mondiale a portata di mano, passeggiare per Piazza Unità, con il mare Adriatico davanti e, nelle giornate belle, persino le Alpi sullo sfondo. Non so dove lavorerò nel basket nel corso della miavita, ma non conosco un altro posto al mondo che offra questa combinazione». Se dovesse descrivere i tifosi del PalaRubini con una sola parola, quale sarebbe? «Credo che la parola sia orgoglio. I tifosi hanno un orgoglio immenso per la loro squadra, ma penso che rappresenti anche l'orgoglio per la loro città, perla loro comunità, e credo che questo si trasmetta ai giocatori. Si vede soprattutto nei ragazzi che sono di Trieste: per loro indossare quella maglia ha un significato diverso».