Stefano Patuanelli: «Trieste segua l'esempio di Trento

03 marzo 2026 07:43

Il Consorzio quale soluzione per il futuro

Da Il Piccolo a cura di Lorenzo Gatto. In un momento di profonda incertezza sul futuro della proprietà Matiasic, Stefano Patuanelli non usa la diplomazia. Il senatore ed ex ministro del Movimento 5 stelle, da anni facilitatore di relazioni per il club, analizza la crisi tra difesa degli investitori statunitensi e la fotografia impietosa di un'economia locale troppo debole per la Serie A di basket. Patuanelli, da tifoso e conoscitore del settore, come vive l'incertezza legata alla proprietà e le voci di un disimpegno verso Roma? «In momenti come questo, credo che la virtù principale debba essere la prudenza. Le voci si rincorrono velocemente, ma è fondamentale attendere che il quadro si delinei con estrema chiarezza prima di trarre conclusioni affrettate. Al momento non c'è nulla di definitivo ed è giusto approcciarsi agli eventi con uno spirito di attesa costruttiva. E un dato di fatto, però, che Paul Matiasic ha sostenuto la società con investimenti massicci negli ultimi tre anni, coprendo debiti pregressi e garantendo budget di altissimo livello». Oggi il basket professionistico fatica a trovare radici nel tessuto locale: Trieste rischia di perdere la sua identità? «La mia vicinanza alla società è sempre stata concreta: tre anni fa, dopo la retrocessione, aiutai Mario Ghiacci a trovare lo sponsor Le Stagioni d'Italia per permettere l'iscrizione. Ma oggi il modello è cambiato: i costi della Serie A sono esplosi. Funzionano solo le realtà dove un grande capitano d'azienda, radicato sul territorio, decide, per passione, di restituire ricchezza alla città. Penso ad Armani a Milano, Brugnaro a Venezia o Sardara a Sassari. Senza figure simili, il basket vive di cicli precari». Perché a Trieste è così difficile trovare un impegno costante dalle aziende locali? «Il nodo è il nostro tessuto industriale. Leggendo l'elenco delle prime cento imprese triestine, emerge un dato allarmante: soltanto nove aziende hanno un margine operativo lordo superiore ai 10 milioni di euro. Un imprenditore con quei numeri non può bruciarne una fetta enorme nello sport. La provincia ha un Pil industriale sotto il 10%: non abbiamo un tessuto di medie e grandi aziende diffuso e questo rende difficilissimo trovare chi voglia spendersi economicamente nello sport. È una sfida che va oltre il parquet, è la fotografia di un'economia cittadina che deve trovare nuove forze se vuole sognare in grande». Quale sarebbe il "quintetto" di idee per salvare il futuro del basket a Trieste? «Partirei da quello che definisco il modello Trento. Parliamo di una società che funziona davvero: bilanci in utile, una rete capillare di sponsor e imprenditori e soprattutto una straordinaria capacità di investire sui giovani. Trento ha dimostrato che si può restare ai vertici se si ha coraggio di investire su talenti in Italia e nel mondo valorizzandoli. Per far funzionare questo modello a Trieste dobbiamo guardare in casa nostra, al modello Azzurra. Il vivaio locale deve diventare il bacino prioritario della prima squadra. Questo ci porta al cuore del progetto: la triestinità. Dobbiamo riportare a casa i talenti e valorizzare figure come Daniele Cavaliero, che ha competenza e cuore per essere una risorsa chiave nell'organigramma. Per dare solidità, servirebbe poi un garante come Boscia Tanjevic: la sua visione è fondamentale per costruire qualcosa di duraturo. Infine, il quinto elemento: la Curva Nord, l'anima che spinge oltre l'ostacolo. Solo unendo queste forze Trieste resterà tra i grandi». 

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