La città deve trovare le risorse
Da Il Piccolo a cura di Lorenzo Gatto. Il dado è tratto, Paul Matiasic punta dritto verso la Capitale e il PalaEur, maprobabimente lo farà senza portar via il titolo sportivo della PallTrieste. Le ultime indiscrezioni, che trovano conferme sempre più solide a livello istituzionale, delineano questo scenario: nel giro di qualche settimana, presumibilmente solo dopo la conclusione del cammino playoff, verrà formalizzata la richiesta per il trasferimento di una seconda società a Roma, dopo la ratifica da parte della Fip dello sbarco della cordata Nelson che ha rilevato il titolo sportivo della Vanoli Cremona. Una società che, però, non sarà Trieste. Una mossa che spiega il comunicato rilasciato lunedì sera dalla proprietà dopo la telefonata con il governatore Massimiliano Fedriga. Parlare di un «piano strutturale volto a garantire la competitività e la sostenibilità al massimo livello possibile» significherebbe, in termini meno burocratici, che Matiasic ha deciso di lasciare il basket di vertice a Trieste, onorando gli impegni presi, ma separando il proprio destino da quello del club giuliano. Se il titolo di Serie A è salvo (il condizionale resta d'obbligo fino, ma la strada è tracciata), è tempo di cambiare radicalmente prospettiva. È giunto il momento di smettere di preoccuparsi di ciò che farà Paul Matiasic. La narrazione del tradimento o del disimpegno capriccioso si scontra con una realtà economica incontestabile: l'imprenditore americano ha investito una cifra vicina ai 15 milioni di euro in poco più di due anni e mezzo. Un impegno sostanzioso, non solo per il panorama cestistico italiano. Se, dopo un simile esborso, la proprietà decide di guardare altrove, si possono di certo criticare i modi scelti per l'addio, ma non la sostanza. La logica dice dunque che sarebbe opportuno e urgente che l'ambiente triestino interessato al basket che conta iniziasse a guardarsi allo specchio con pragmatismo. Il vero tema, quello che scotta, non è più dove andrà Matiasic, ma cosa resterà a Trieste. Una volta archiviata l'era americana, la città si troverà davanti a un foglio bianco e a una domanda cruciale: con quali risorse si intende riempire quel titolo di Serie A faticosamente difeso? La sostenibilità «al massimo livello possibile» menzionata nel piano strutturale non può poggiare solo sulle spalle di un unico grande investitore straniero in uscita. C'è un territorio, c'è il consorzio Trieste Basket (che detiene l'l% della società) e c'è una classe imprenditoriale chiamata a battere un colpo. Il futuro non si costruisce con i veti o con le recriminazioni, ma con i capitali e con i progetti. Dopo le proteste, le petizioni, i manifesti e le raccolte firme, starà ai triestini dimostrare di saperlo gestire, trovando i partner giusti per evitare che la società resti solo una bellissima scatola vuota.