Brescia: gocce di veleno, una al giorno...

25 giugno 2026 06:58

Quell'attesa che logora

Dal Giornale di Brescia a firma Alessandro Carini, il finale amaro a Brescia. Chissà se finirà come nella vicenda di quel re del Ponto, Mitridate: una goccia di veleno al giorno e così, alla fine, la sostanza letale non fa più effetto. Siamo in tanti, da un mese a questa parte, ad assumere quelle microdosi tossiche. I cinquemila del PalaLeonessa ed i tantissimi appassionati di basket, gli «storici» come quelli da poco acquisiti, che in questi anni sono saliti sul camion della Germani e hanno trovato il viaggio entusiasmante. Le avvertiamo, quelle somministrazioni, sentiamo che ci fanno male, e non certo per colpa della mano di chi - gli operatori dell'informazione - ce le pratica quotidianamente sottopelle. Il fatto è che una verità svelata a spizzichi e bocconi, ogni giorno più amari, è difficile da digerire e non puoi certo prendertela con chi prova a raccontarla sulla base di rumor sempre più insistenti ed in assenza di conferme da chi conduce il gioco sottotraccia. E fai anche fatica a sfogare tutta la frustrazione verso chi quella partita la sta giocando: è quello che in dieci anni, prima da sponsor e poi da proprietario della società, ha permesso a tutti di vivere un sogno, di accarezzare addirittura la pazza idea di arrivare a vincere uno scudetto (e sia ancora maledetto quell'infortunio di Ndour nel terzo quarto di gara-1 delle finali con Bologna, perché altrimenti...). Perché i bilanci parlano chiaro: sono quasi 30 i milioni investiti da Mauro Ferrari nella Pallacanestro Brescia, un gruzzolo che vale gratitudine vera da parte di chi quel progetto l'ha abbracciato dagli spalti del palazzetto, da Montichiari all'ex Eib, e pure da Milano a Sassari, passando per Barcellona e Belgrado. E allora è dura. Fai fatica, logorato dall'incertezza, a tenere a bada i sentimenti contrastanti. Perché la mente mica si ferma e certi ricordi sono troppo vicini. Solo un anno fa si tornava dal PalaLeonessa strombazzando il clacson in tangenziale dopo aver battuto Trapani in semifinale e si faceva la coda - disagio affrontato con larghi sorrisi - per comprare il biglietto per gara-3 della finale da giocare in casa. Poi finì male, ma non mancarono l'orgoglio, i tanti grazie alla squadra e alla società e pure gli applausi a Shengelia, anche se - fu messo bene in chiaro - «chi non salta è bolognese!». Il coro, sicuro, risuonerà ancora. Ma quando? In quale contesto e/o serie? Tutto è in un tempo sospeso, come quando la palla è uscita dalle mani di un giocatore ed è diretta verso il canestro, ma non capisci bene se è Della Valle che sta tirando una tripla o è Bilan dalla lunetta. E non è proprio la stessa cosa. Il problema è che quella palla è partita da un mese: dove finirà? Sei quasi tentato di sperare che tutto si sveli e il brutto puzzle si componga: ma sì, ci si dica che si dovrà ricominciare, almeno liberiamo la mente e alleggeriamo il cuore. E scopriamo se quella di Mitridate era una panzana leggendaria o una trovata salvifica. A meno che... Un anno fa. 

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