Una spiegazione cristallina di C.J. Watson
C.J. Watson lancia un allarme sul basket giovanile americano, sottolineando come i giocatori internazionali stiano guadagnando terreno sui colleghi statunitensi grazie a sistemi di sviluppo più efficaci.
L’ex playmaker NBA osserva che negli Stati Uniti la priorità è data alle partite piuttosto che alla crescita tecnica, alla comprensione del gioco o alla preparazione fisica. Secondo Watson, il calendario fitto di gare penalizza la formazione dei giovani: nel sistema AAU, ad esempio, i ragazzi sono spesso chiamati a disputare numerose partite in un solo giorno, senza la possibilità di recuperare o di lavorare sui fondamentali.
«Penso che giochino troppo. Troppe partite in un giorno, senza recupero, e tutto questo per dodici mesi l’anno» ha spiegato.
Watson ha poi evidenziato quanto sia fondamentale il recupero, sia fisico che mentale, raccontando anche l’esperienza vissuta in famiglia con la pallavolo giovanile:
«Facevamo prendere a nostra figlia qualche settimana di pausa ogni trimestre, perché anche la pallavolo è uno sport che si gioca tutto l’anno. Bisogna dare ai ragazzi un break, mentale e fisico».
La mancanza di tempo dedicato a un allenamento strutturato, secondo Watson, porta i giovani a sviluppare cattive abitudini, limitando la loro crescita tecnica e tattica nel lungo periodo:
«Si creano cattive abitudini. Molti ragazzi giocano solo d’istinto, con ciò che sanno o che hanno imparato da soli. Se non li sviluppi, questo è il problema principale dello sport giovanile: non c’è sviluppo».
Per l’ex giocatore, questa impostazione spiega il crescente successo delle stelle internazionali in NBA. Atleti come Nikola Jokic, Giannis Antetokounmpo, Luka Doncic e Shai Gilgeous-Alexander sono la dimostrazione dell’efficacia dei programmi di formazione fuori dagli Stati Uniti.
Watson ha infine rimarcato che all’estero si investe molto di più nella cura dei fondamentali e nella comprensione del gioco:
«Ecco perché i giocatori europei sono migliori e perché molte delle stelle NBA oggi vengono da fuori. All’estero si dà priorità allo sviluppo, non solo alle partite. In America giochiamo più partite di quante ne passiamo ad allenarci davvero, per migliorare tecnica e QI cestistico».